2025/26

2 settembre 2026 / CENNI CRITICI /
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VALDI SPAGNULO – RIVERBERI  

Giardino della Pinacoteca Palazzo Vitelli alla Cannoniera

Città di Castello (PG)

Valdi Spagnulo. La scultura come spazio della luce

Pasquale Fameli

La ricerca artistica di Valdi Spagnulo si pone al confine tra scultura, architettura e disegno, una triplice intesa volta a una conquista al contempo costruttiva e lirica dello spazio. La formazione architettonica ricevuta al Politecnico di Milano negli anni Ottanta fornisce la base ideale per una sensibilità plastica tesa a coniugare il rigore del progetto all’imprevedibilità del segno. Il suo lavoro nasce infatti all’intersezione tra la logica di struttura e l’inclinazione della materia, un’area in cui convergono elementi radicati nell’astrazione italiana, ma spesso vissuti come fattori inconciliabili, distintivi di tendenze storicamente separate, di percorsi creativi differenziati. Uno dei grandi problemi dell’arte contemporanea, affrontato lungo tutto il Novecento e fino a oggi, è quello di alleggerire la scultura, sottrarla alla sua secolare grevità. E questo alleggerimento può avvenire in molti modi: la scelta dei materiali, lo svuotamento dei volumi, l’assottigliamento delle superfici. Spagnulo esplora tutte queste possibilità: non pensa la scultura come una massa chiusa o come un blocco compatto; al contrario, adotta e imbastisce un sistema di segni che si aprono e si dilatano nello spazio, come un disegno tridimensionale che cattura la luce e solidifica i contorni. L’acciaio, materiale pesante e resistente per antonomasia, diventa nella sua pratica una superficie sottile e vibrante che riflette la luce e reagisce agli agenti atmosferici, in contrappunto a materiali fisicamente opposti come il plexiglass o il vetro: materiali della trasparenza, un altro fattore funzionale ad alleggerire la scultura. In questi innesti impropri e precari la scultura perde consistenza per diventare soglia praticabile, luogo percorribile.

Un aspetto affatto secondario nella ricerca plastica di Spagnulo risiede nel rapporto gestuale che l’artista intrattiene con i materiali: egli rifiuta molto spesso la prefigurazione garantita dal disegno preparatorio per avviarsi a un’esperienza della forma, a una definizione graduale, raggiunta per via di piegature, saldature, torsioni e resistenze. Quelli che a prima vista possono apparire come scheletri o frammenti di volumi ormai dissolti, esistiti un tempo in qualche punto dello spazio, si rivelano allora come tracce, come memorie di un contatto fisico, di un dialogo tra corpi. Da questo dialogo scaturisce la tensione che percorre la sua opera sin dai suoi primi esiti: un contrasto tra il rigore della costruzione e l’imprevedibilità dell’intuizione. Negli ultimi vent’anni la scultura di Spagnulo si è evoluta da forme più compatte e verticali verso configurazioni sempre più aperte, che dialogano con l’ambiente e con la luce. L’artista concepisce lo spazio non come contenitore, ma come parte integrante dell’opera: lo spazio viene anzi “contenuto” dalla scultura, attraversato dalle sue strutture, coinvolto nella percezione visiva. È una concezione plastica vitale, che si oppone tanto alla monumentalità tradizionale quanto alle purezze assolute dell’astrazione geometrica. La sua scultura è un organismo posto in un equilibrio instabile, un campo di forze in cui le linee di metallo o di vetro si sollevano come segni nello spazio, creando una partitura che vibra con la luce naturale. L’introduzione di materiali trasparenti o riflettenti segna un passaggio decisivo: la luce diviene infatti coautrice dell’opera. Ogni piega, superficie o frammento restituisce un’immagine mutevole, che cambia a seconda dell’ora, della stagione, della posizione dello spettatore. È il momento dello scontro tra la fissità della struttura e la mobilità della percezione. Quella di Spagnulo è infatti una scultura che respira, che vive nel tempo, che si trasforma con lo sguardo di chi la incontra.

Veniamo adesso a Riverberi, l’installazione concepita nel 2009 e oggi collocata nel giardino della Pinacoteca Comunale di Città di Castello. Essa rappresenta una sintesi ideale di questo percorso, configurandosi come un dispositivo di relazione tra segno, ambiente e spettatore. L’opera è composta da dieci elementi verticali, ciascuno dei quali alto quasi tre metri, realizzati in acciaio inox lucido, brunito e spazzolato, arricchiti da inserti di plexiglass colorato e trattato. L’incontro tra il metallo e il plexiglass è funzionale a generare un conflitto plastico: il metallo assume la robustezza della scultura tradizionale, ma è lavorato in modo che la sua presenza non risulti massiva e chiusa, bensì aperta, riflettente, permeabile. Il plexiglass introduce leggerezza e trasparenza, favorendo la rifrazione della luce, un elemento quasi etereo che contrasta la grevità dell’acciaio. Lo stesso Spagnulo propone l’immagine dell’«albero d’acciaio» che si specchia in una «pozza d’acqua», di luce: una metafora che rivela come la scultura non si limiti a occupare lo spazio, ma provveda a rifletterlo e a moltiplicarlo, rivelando ulteriori livelli di comprensione. La verticalità degli elementi introduce una dimensione ascensionale, quasi metafisica: quei sottili fusti metallici si elevano dallo spazio del giardino e si stagliano contro il cielo per profilare una possibile partitura dello spazio. Non si tratta di monumentalità: la leggerezza visiva sottrae imponenza e trasforma la scultura in un evento, in un’esperienza dinamica. L’opera converte lo spettatore da osservatore passivo a soggetto attivo che partecipa alla scansione dello spazio. Il giardino, il museo, la città e i visitatori entrano in relazione tra loro. L’opera così si trasforma nel tempo, a ogni visita, a ogni sguardo: la luce cambia, le ombre si allungano, i riflessi si modificano, l’esperienza percettiva muta con lo scorrere del tempo e delle condizioni atmosferiche. Questo implica che non esista un punto di vista privilegiato, ma un’infinità di prospettive possibili.

I dieci elementi verticali disegnano pertanto un ritmo nello spazio, sono i simboli di un alfabeto arioso che riflette la luce e la amplifica. La ripetizione apparentemente modulare degli elementi è perpetuamente disattesa, variata da torsioni, riflessi e interstizi che dinamizzano lo spazio accolto nell’opera. Come suggerisce lo stesso titolo, il significato di Riverberi risiede proprio nella differente propagazione degli elementi nello spazio, grazie alle finiture, alle curvature, agli scivolamenti tra riflesso e trasparenza. Per questo motivo la collocazione dell’opera nel giardino della pinacoteca non è priva di significato. La scultura si sottrae agli spazi deputati del museo per divenire un luogo vivo, ricco di suoni, bagliori, movimenti. Il dialogo tra la solidità dell’acciaio e la mobilità dell’ambiente naturale tematizza dunque il nucleo stesso della poetica di Spagnulo: la ricerca di una forma che non chiude, ma che apre, che non domina lo spazio, ma lo accoglie. D’altronde lo stesso artista stesso ha più volte ribadito come il cielo, l’aria e la luce siano fattori integrativi, elementi attivi che completano l’opera. Questa dialettica è ciò che rende l’opera di Spagnulo pienamente attuale: un’arte che si muove tra concretezza e immaterialità, tra presenza e dissolvenza. Un invito a riflettere sulla relazione tra segno e ambiente, tra materia e luce. Uno spazio per lo sguardo, ma anche un nuovo luogo per la mente.